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Massimo
Bartolini
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MASSIMO
BARTOLINI [Cecina, 1962]
Le opere di Massimo Bartolini vivono in stretto legame
con il luogo che le ospita. L'artista interviene sullo
spazio in maniera del tutto antimonumentale (sia esso
chiuso e privato o aperto e pubblico), lo modifica,
lo interpreta, lo definisce. Sono ambienti rialzati,
ammorbiditi, smussati. Bartolini annulla le coordinate
spazio-temporali, ri-guarda e partecipa con tocco
leggero, ironico e con un linguaggio efficace, lucido,
altamente comunicativo e ricco di significato.
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I suoi lavori coinvolgono lo spettatore che, chiamato
a partecipare in maniera attiva, sperimenta la necessità
di una diversa percezione, di un rigenerato e poetico
punto di vista, di una nuova sensibilità davanti
alle cose. Ecco che nell'interpretazione dello spettatore,
divenuto attore, l'oggetto può rivelare una
ignorata spiritualità e un senso indefinito
di straniamento e di alterità: un davanzale
pieno di fiori in un bosco, una stanza rialzata che
inghiotte gli oggetti che la abitano, un albero che
invade dall'esterno con i suoi rami la sterile intimità
di una stanza.
All'interno di uno spazio fisico, che è anche
e soprattutto uno spazio mentale, come a ricreare
frammenti di città invisibili, Bartolini esplora
territori inusitati, lasciando dietro di sé
un segno leggerissimo, quasi inavvertibile.
Bartolini ha esposto in Italia e all'estero. Ha partecipato
alla Biennale veneziana del 1999 e a numerose delle
maggiori manifestazioni internazionali, tra cui Manifesta
4 (Francoforte, 2002). Ha inoltre esposto al P.S.1
di New York (2001), al Witte de With di Rotterdam,
al Museu Serralves di Porto, all'Accademia di Francia
di Villa Medici (Roma, 2000), al Centro De Appel di
Amsterdam (1998), alla British School di Roma (1997)
e al Konstmuseum di Malmö (1995).
L.G.
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INTERVISTA
D. TusciaElecta si concentra questanno su alcuni
degli spazi nodali delle singole comunità, individuati
nelle piazze e nelle strade principali dei sette comuni
promotori. Il progetto nel suo complesso suggerisce
una riflessione sul ruolo attuale dellarte negli
spazi pubblici, su cosa si intenda al giorno doggi
per pubblico e su quale significato si possa
dare alla nozione stessa di arte pubblica, di per sé
costretta ad una perenne e quanto mai indeterminata
ridefinizione. Esiste ancora, secondo te, un qualcosa
che possiamo denominare sfera pubblica?
R.
Larte parla privatamente al pubblico: il perfetto
contrario, parlare pubblicamente al privato cioè,
di ciò che varie discipline (certo cinema,
certa TV) vanno facendo. Che larte (almeno quella
della quale stiamo trattando qui in questo momento)
sia principalmente fatta in privato ha spinto spesso
ad errori quali il ritagliargli uno spazio privilegiato
e avulso da un sistema. Ciò ha dato a questa
arte concentrazione e tolto diffusione. Gli spazi
lasciati liberi sono stati così occupati da
altre discipline più conformi alla società
che si stava sviluppando sin dai primi del 900.
Questa società ha sacrificato lesattezza
di un tempo biologico con lefficacia
di un tempo tecnologico. Riunire esattezza ed efficacia,
natura e società è un compito che secondo
me è da affidare a questa arte.
D.
A partire da unidea di re-interpretazione del
ruolo del monumento, lopera si espande in un
campo allargato di esperienza che coinvolge
il territorio nel suo complesso (dallo spazio, alle
relazioni con i suoi abitanti e con le attività
produttive). Come definiresti il tuo intervento in
relazione allo spazio ospitante, in termini di significato,
funzione e fruizione?
R.
Potrebbe essere un posto dove riunirsi senza parlare,
sedersi tutti uno di fronte ad un altro sulla stessa
panchina e vedere una luce sommersa che altro non
è che una abat-jour. Fortunatamente i lavori
smentiscono poi ogni intenzione.
D.
Quali sono i limiti, e quali invece gli stimoli, di
un confronto con un territorio già fortemente
caratterizzato dal punto di vista della tradizione
e del paesaggio, come è quello del Chianti
fiorentino e senese?
R.
Per me questo paesaggio è una condizione e
non un incontro occasionale. Né limiti né
stimoli: io sono parte di questo paesaggio e di questa
tradizione. Lunica cosa a cui prestare attenzione
è che bisogna bussare prima di entrare in ogni
posto ben abitato.
D.
Come inseriresti il lavoro Conveyance allinterno
del tuo percorso artistico? Ci sono dei nuovi elementi
(anche dal punto di vista tecnico), o si tratta di
qualcosa, seppur pensato per uno spazio aperto, affine
a tutti gli altri lavori? Cosa nasconde il titolo
dellopera?
R.
Mi piace pensare che ci sia una materia come un movimento
immutabile e permeabile che è sempre lo stesso.
Una attitudine è sempre la stessa, ma nonostante
questo fa degli incontri che le permettono di manifestarsi
sempre diversamente. Per esempio in questo caso lincontro
è stato a causa di un testo che avevo chiesto
a W.S. Wilson per una mostra. Il titolo del testo
era Conveyance. Questa parola e dei pensieri che facevo
in quel momento hanno originato questo lavoro. Illuminante
è stato questo piccolo scambio di parole:
M. Bartolini: I was touched by this word, conveyance,
maybe because I dont know english very well
and so I build up the missed part of the meanig. It
is something like suggestions? A convoy of suggestion?
(
)
W.S. Wilson: Conveyance begins as a word used
to point toward means of transportation. An airplane
is a conveyance which conveys people along a VIA.
(
) Convey is associated through its etymology
with viaduct, voyage, deviate, devious, envoy, obvious,
pervious, previous, trivial and trivium (
)
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