|
Antony
Gormley
|
|
|
|
ANTONY
GORMLEY [Londra, 1950]
È
uno dei più noti scultori inglesi contemporanei;
fin dai primi anni settanta si è dedicato
con coerenza ad una ricerca che parte dalla rivisitazione
dell'idea di monumento utilizzando la figura umana.
L'artista usa il corpo come misura e matrice, come
punto di partenza per realizzare figure che, attraverso
la loro particolare disposizione nello spazio, assumono
connotati domestici e al tempo stesso estranianti.
Sebbene la forma originaria sia quindi sempre quella
della sagoma dell'artista stesso, la sua non è
un'opera strettamente autobiografica, ma piuttosto
un "veicolo" per interrogarsi sui grandi
quesiti esistenziali: "la scultura, per me,
usa mezzi fisici per parlare dello spirito, il peso
per parlare della sua assenza, la luce per parlare
del buio, un medium visivo per rimandare a cose
che non possono essere viste" (Gormley).
|
Antony Gormley
ha realizzato sculture per i maggiori musei di tutto
il mondo, installazioni su ampia scala in Gran Bretagna
e all'estero nonché alcuni dei lavori pubblici
più significativi degli ultimi decenni (tra
cui Field for the British Isles, Angel of the North).
Da segnalare, inoltre, la sua partecipazione alla
Biennale di Venezia del 1982, a Documenta 8 (1987),
personali nelle maggiori gallerie inglesi (quali
Whitechapel Gallery, Serpentine e White Cube) e
il conferimento, fra gli altri, del prestigiosissimo
Turner Prize nel 1994.
|
|
|
INTERVISTA
Arabella
Natalini. Nel tuo lavoro usi sempre il corpo come punto
di partenza, mentre la matericità costituisce comunque
un elemento di massima rilevanza. Come convivono questi
aspetti nelle tue sculture?
Antony
Gormley. Voglio fare un lavoro che comunichi qualcosa che
riguarda lessere vivo e mi sembra sensato usare la
mia realtà fisica come soggetto, come strumento e
come materia. È una materia prima. Mi interessa realizzare
un lavoro che in qualche modo pone delle domande. Lintroduzione
di un corpo estraneo nel corpo dellarchitettura porta
chi lo guarda a chiedersi chi sono io nello spazio?.
Laver potuto utilizzare uno spazio come questo sembra
un miracolo. È una cosa fantastica anche perché
sono sempre più interessato ad usare lo spazio architettonico
come una sorta di cassa di risonanza che amplifichi lesperienza
dello spettatore. Siamo in un edificio che è come
lo stomaco di questa città. È parte dellorganismo
vivente della comunità, non è uno spazio appositamente
concepito per larte, non è un museo, lo spettatore
non è precondizionato ad avere unesperienza
culturale.
Il lavoro realizzato per questa torre alta 30 metri si intitola
Edge II, e costituisce una sorta di ri-posizionamento del
corpo. Non è qui allo stesso modo in cui lo siamo
noi. È una massa di ferro pieno, una evocazione dello
spazio, o meglio di cosa diviene lo spazio quando si chiudono
gli occhi. Anche se è molto personale, io non vedo
il mio lavoro come un autoritratto. È semplicemente
un esempio particolare della condizione umana che io voglio
usare in uno spazio che può essere occupato empaticamente.
Così, chiunque entri nella torre può guardare
su e immaginarsi in quella posizione.
AN.
Mi piacerebbe tu potessi darci qualche accenno sul tuo metodo
di lavoro, su come realizzi materialmente le tue sculture.
AG.
Per me è importante che la scultura parta da un momento
vissuto nel tempo e nello spazio reale. Per questo lavoro
ho provato ad immaginare come sarebbe stato sentirsi in
una posizione e in uno spazio senza peso ed avere tutta
le tensione del corpo al suo interno.
Il mio metodo di lavoro? Vengo completamente avvolto nel
cellophane e mi devo concentrare molto per rimanere immobile
per circa 20 minuti. È una questione di volontà,
ma laspetto interessante è che questo sforzo
si tramuta in seguito nel suo opposto. Divento, in un certo
senso, un prigioniero del momento trascorso. E questo mi
interessa: è come discendere nella condizione di
inanimato, nella condizione di un minerale, nella condizione,
se si vuole, di morte.
Per me la scultura deve essere immobile, deve essere silenziosa,
ma deve usare il silenzio e limmobilità in
maniera positiva. In questo mondo estremamente mobile dove
tutto è visivo mi auguro sia possibile trasmettere
questo processo, che la scultura sia come un fossile industriale,
che porti con sé la memoria dellesperienza
umana.
AN.
Tornando al processo di lavoro
AG.
Sì, certo, devo parlare dellaspetto pratico
Dunque, allinizio vengo interamente avvolto nella
pellicola, poi due assistenti mi ricoprono da capo a piedi
di juta imbevuta nel gesso. Dopo circa mezzora, quando
il gesso si è solidificato, viene rimosso il calco.
Per molti anni ho utilizzato il calco vuoto come base per
il mio lavoro. Ora trasformo quel vuoto in un pieno, in
una massa solida; faccio un positivo con il fiberglass che
viene poi impiegato come modello a sua volta racchiuso nella
sabbia e poi riempio quel vuoto, lo spazio interno, con
il ferro.
Io voglio che il lavoro porti con sé tutta la storia
della sua lavorazione: si possono vedere le tracce della
pellicola, dove è stato tagliato il modello originario,
si possono anche vedere i canali attraverso cui il ferro
è stato gettato. Non voglio nascondere niente, così
la nascita della superficie della scultura parla delle sue
origini ma anche del processo industriale della sua realizzazione.
AN.
Hai già parlato dello spazio, ma mi piacerebbe tu
spendessi ancora due parole su questo progetto in particolare;
quando sei venuto a San Casciano per un primo sopralluogo
abbiamo visitato diversi spazi; ad un certo punto abbiamo
scoperto questa torre e io sono convinta che
questa sia stata una grande occasione perché lo spazio
è molto forte e questo lavoro contribuirà
alla salvaguardia di unarchitettura che altrimenti
sarebbe stata demolita
AG.
Un aspetto interessante e comune a molte costruzioni industriali,
soprattutto in Italia, è che queste hanno una capacità
di comprensione dei materiali, materiali usati in maniera
assolutamente minimale con il massimo effetto.
Nel momento in cui ho visto questo edificio mi sono immediatamente
reso conto che era unico e estremamente prezioso.
È unarchitettura del dopoguerra delle più
funzionali, utilitaristica, ma allo stesso tempo, ha unestrema
eleganza ed ha lo stesso diritto di essere conservata della
Colonna di Traiano. Ha una storia molto importante da raccontare
riguardo ad un tempo particolare della storia europea. Mi
sento molto fortunato per lopportunità di realizzare
qualcosa che possa catalizzare questo spazio e lo possa
trasformare in uno spazio dellimmaginazione.