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INTERVISTA
D. TusciaElecta si concentra questanno su alcuni
degli spazi nodali delle singole comunità,
individuati nelle piazze e nelle strade principali
dei sette comuni promotori. Il progetto nel suo complesso
suggerisce una riflessione sul ruolo attuale dellarte
negli spazi pubblici, su cosa si intenda al giorno
doggi per pubblico e su quale significato
si possa dare alla nozione stessa di arte pubblica,
di per sé costretta ad una perenne e quanto
mai indeterminata ridefinizione. Esiste ancora, secondo
te, un qualcosa che possiamo denominare sfera
pubblica?
R. Certamente esiste una dimensione pubblica che è
opposta, o comunque in condizione dialettica, rispetto
a quella privata. Il problema è il valore che
una data comunità attribuisce alla sfera pubblica
alla quale ha accesso, la cura che vi dedica, limportanza
conoscitiva o affettiva di cui la connota. In Italia,
si sa, è la famiglia a rappresentare il modello
prevalente, tanto a livello economico che psicologico;
nel bene e nel male, un certo comportamento da
clan, con forte senso di appartenenza, sodalizi
di lunghissima durata, e atteggiamento di sospetto
verso laltro, è considerato normale.
Tradizionalmente, è poi la religione cattolica
che si fa carico dei conseguenti sensi di colpa, e
delle strategie comportamentali di compensazione (i
boy-scout, le elemosine ecc.). La sfera pubblica di
pertinenza civica la strada o la scuola, lufficio
comunale o la panchina in piazza sono per lo
più interpretate in modo distratto o addirittura
con fastidio, specie quando qualcosa non funziona,
e continua ad essere più forte un mediterraneo
senso anarchico di sfida, che un protestante
senso di dovere rispetto ad un ordine comune. Non
cè da stupirsi, quindi, che arte
pubblica sia una formulazione che risuona di
burocrazia, di estraneità, di noia.
Io sostengo che lintervento di un artista in
un contesto urbano dovrebbe lavorare nelle pieghe,
e non essere facilmente riconoscibile e categorizzabile
come arte. È meglio, infatti, contribuire
a determinare nellosservatore casuale (colui
che non ti cerca) un momento di incertezza e di dubbio,
piuttosto che confermare delle aspettative. Preferisco
insomma una reazione tipo: Chissà cosè?
piuttosto che: È arte, dunque non è
rivolta a me.
Per tornare alla tua domanda, vorrei dire che per
me la sfera pubblica, molto semplicemente,
è quella attraversata e fatta da soggetti che
non conosco e che non mi conoscono personalmente,
laddove la sfera privata è quella
attraversata e fatta dalle persone che conosco. In
questo senso, un intervento artistico tradizionale
(una mostra di quadri, diciamo) allinterno di
un museo, può essere più pubblico
di un progetto, magari con rilevanti caratteri sociali
o comunitari, che si rivolga però ad un ben
determinato e limitato gruppo.
D.
A partire da unidea di re-interpretazione del
ruolo del monumento, lopera si espande in un
"campo allargato" di esperienza che coinvolge
il territorio nel suo complesso (dallo spazio, alle
relazioni con i suoi abitanti e con le attività
produttive). Come definiresti il tuo intervento in
relazione allo spazio ospitante, in termini di significato,
funzione e fruizione?
R. Nel mio lavoro, almeno a partire da Visite, del
1991 (portare il pubblico di una mostra allinterno
di appartamenti privati nello stesso edificio della
galleria), ho sempre dato più importanza al
processo, e al dato esperienziale, che al prodotto.
Entrare in relazione con altri, partecipare a qualche
tipo di dinamiche di gruppo, mi è sempre riuscito
più facile e più gradevole, che realizzare
oggetti scambiabili in un contesto di gallerie, musei,
luoghi deputati. Del resto, il mio bagaglio culturale
è costituito molto di più dalla psicologia
e dalla sociologia che dalle belle arti.
Così, ogni volta che qualcuno mi propone di
realizzare un nuovo progetto per una mostra (o qualsiasi
altro contesto), non posso fare a meno di un lavoro
di studio preliminare, la ricerca
comunque più intuitiva, che scientifica
di un punto di accordo fra il luogo, le persone coinvolte,
e me stesso. Quel punto di accordo è sempre
un processo che, per funzionare, deve essere divertente
ma anche critico, semplice ma anche sottilmente decostruttivo
(rispetto a certezze, aspettative, abitudini mentali).
A metà degli anni 90 la lettura del libro
di Suzanne Lacy, Mapping the Terrain A New
Genre of Public Art, mi fece capire quanto il tentativo
di superare, nella cosiddetta arte pubblica, la dimensione
del monumento o dellarredo urbano, fosse già
articolato, strutturato fosse già un
genere insomma, con tutti i rischi che
questo comporta. Il rischio principale che io vedo,
nellarte pubblica di orientamento sociologico,
è listituzionalizzazione, laccontentarsi
della buona azione, il fermarsi su una
giustacausa, senza far emergere contraddizioni
e lati oscuri, che sono anche (forse sopratutto) là
dove ci si crede buoni e giusti. Il mettere in atto,
ancora una volta, una scissione fra le parti buone
e quelle cattive di sé: lartista che
fa arte pubblica, sociale,
progetti comunitari ecc., per questo solo fatto, si
crede buono, e la mostra in galleria diventa cattiva.
In arte, quello che mi interessa non è la giusta
causa, ma lidea critica, la capacità
di far nascere dubbi, domande che mi, che ci pertengono,
magari a partire da questioni molto piccole, di realtà
infra-ordinaria, per dirla à la Perec.
D. Quali sono i limiti, e quali invece gli stimoli,
di un confronto con un territorio già fortemente
caratterizzato dal punto di vista della tradizione
e del paesaggio, come è quello del Chianti
fiorentino e senese?
R. Qui, come tutti sanno, la principale caratteristica
del paesaggio è larmonia, e quella dei
centri, la valorizzazione della tradizione storica.
Due caratteri archetipi di quella cosa che, in Europa,
chiamiamo bellezza. La cosa è talmente
evidente che è diventata un luogo comune, ed
è stata anche monetizzata, nella promozione
di un turismo internazionale di élite. Direi
che, date queste premesse, sia venuta per me consequenziale
la volontà di cercare, valorizzare, studiare,
luoghi qualunque, privi di caratteristiche
monumentali o turistiche; osservare luoghi senza bellezza,
cercando di pensarli come se fossero bellissimi. È
ovvio che questo tipo di ricerca apre uno squarcio
sulle vite quotidiane, sulle micro-storie, le strategie
dellordinario, i saperi semi-privati, gli aneddoti
o le piccole ossessioni, tutte cose che sono considerate
troppo insignificanti per poter diventare motivo di
discussione e di analisi, o di auto-rappresentazione
di una comunità. Si tratta di un sapere che,
in apparenza, non lascia traccia scritta,
e che si trasmette (quando si trasmette) per lo più
attraverso la cosiddetta storia orale. Di conseguenza
lincontro con persone che sanno
perché hanno vissuto in un determinato
posto, perché hanno fatto un determinato lavoro,
perché a loro volta hanno saputo qualcosa da
Tizio o da Caio lintervista registrata,
la telefonata, la raccolta di testimonianze verbali,
diventano lelemento portante del progetto. In
questa particolare occasione ho notato una disposizione
al racconto, anche aneddotico, certamente superiore
alla media: in passato avevo fatto lavori simili,
nel Lazio e in Basilicata, e avevo avuto maggiori
difficoltà, soprattutto ad arrivare ad una
sorta di nocciolo duro di sapere individuale, quello
che solo quella persona lì conosce o ricorda,
quel sapere o quella memoria che, proprio perché
individuale, viene avvertito come non condivisibile
e chiuso in sé.
Questa volta, invece, nellandare su e giù
per il Chianti a incontrare gente, ad ascoltare storie
e ricordi, ho avuto, a volte, la sensazione di entrare
in un gioco quello dei racconti, delle battute,
dellespressione orale come principale strumento
di godimento sociale preesistente
al mio intervento, e mi son sentito in qualche modo,
col mio registratorino e le mie strane domande, di
essere automaticamente accettato, incluso dentro quel
gioco, entrato a farne parte. Insomma, da raccoglitore
di aneddoti mi sono sentito diventare a mia volta
aneddoto. Direi che, fuori dal sistema dellarte,
questo non mi era mai capitato...
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